Dal riuso al riciclo - R.Bocchi
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Renato Bocchi
RELAZIONE AL CONVEGNO
SALONE DEL RESTAURO _ FERRARA 22 marzo 2013
Premessa
Il programma triennale di ricerca Recycle, Italy: Nuovi cicli di vita per architetture e infrastrutture della città e del paesaggio - finanziato dal MIUR per l’area 08 ed avviato da appena un mese, che coinvolge oltre un centinaio di studiosi dell’architettura, dell’urbanistica e del paesaggio, in ben 11 università italiane – ha l’ambizione di rispondere con gli strumenti del progetto architettonico, urbano e del paesaggio all’urgente domanda proveniente dalla società contemporanea di trovare modi e metodi per arrestare i fenomeni di consumo di suolo e di spreco delle risorse e di affermare, anche nel campo delle trasformazioni edilizie urbane e del paesaggio, una “eco-logica” ispirata ai concetti della triade Reduce-Reuse-Recycle, ormai largamente affermata nel campo della cosiddetta Green Economy.
Nelle strategie della rigenerazione urbana e del paesaggio, alle tre R del cosiddetto “riciclo eco-efficiente” appena richiamate, sembrano così potersi utilmente accostare le tre E delle più illuminate posizioni etico-politiche: Economy, Equity, Environment, ovverossia, in altre parole, crescita economica congiunta a equità sociale e a rispetto e tutela dell’ambiente. In nome del grande mito dei nostri giorni: la sostenibilità dei processi trasformativi, ovvero – come suonava l’appello dell’americana Bruntland Commission già nel 1987: “riuscire a soddisfare i bisogni del presente senza compromettere quelli delle generazioni future”.
Il tema del riciclo in architettura e in urbanistica non è certo nuovo e ha già precedenti “mediatici” importanti, da cui la nostra ricerca trae certamente ispirazione con la volontà di approfondirne sia le basi teoriche e di metodo sia le sperimentazioni sul campo:
citerò per tutti la vera e propria campagna mediatica lanciata dall’architetto americano William McDonough in base allo slogan Cradle to Cradle (che prospetta la generazione di un nuovo ciclo di vita per i prodotti, applicando ai processi industriali criteri di tipo biologico, secondo un passaggio da uno stato all’altro, quasi senza perdita di energia),
e sul fronte italiano la recente riflessione proposta al Maxxi di Roma con la mostra Re-cycle. Strategie per l’architettura, la città e il pianeta (a cura di Pippo Ciorra, Sara Marini ed altri studiosi italiani, che sono parte integrante del nostro stesso gruppo di ricerca).
La ricerca vuole soprattutto trovare strumenti per dare un nuovo senso e un nuovo uso a quanto già esiste nel nostro territorio, nel nostro paesaggio, nelle nostre città, dare nuova vita a ciò che è scartato o abbandonato, annullando il più possibile i processi di waste, cercando di assestare strumenti di progetto utili a dar forza alla linea politico-strategica della cosiddetta “rigenerazione urbana”, da poco proposta anche in un disegno di legge presentato al Parlamento in fine di legislatura.
Ma la scommessa, che può dare una patina di effettiva innovatività a questa nostra ricerca, riposa nel saper rintracciare nei modi di agire delle nostre discipline progettuali – dell’architettura, dell’urbanistica e del paesaggio – la capacità di far germinare nuovi cicli vitali nella “natura morta” dei nostri territori sempre più cementificati (è di appena un mese fa l’agghiacciante rapporto ISPRA sul consumo di suolo in Italia).
Ho trovato sempre affascinante che quella che noi italiani chiamiamo “natura morta” suoni in inglese (e ancor prima in olandese) “still life”, cioè “quietamente viva”, o “ancora viva”. Potrebbe dirsi un po’ il simbolo della nostra ricerca: trasformare la materia ormai inerte in risorsa per nuovi cicli di vita, al modo in cui Morandi trasfigurava le sue “nature morte”.
Questo è il significato profondo – mi pare – del concetto di riciclo, che abbiamo scelto come parola-chiave della ricerca, sostituendolo a parole d’ordine importanti della nostra tradizione disciplinare, che hanno incontrato tuttavia una certa usura nel tempo, come recupero, riuso, riqualificazione urbana e così via.
Riciclo ha il pregio di richiamare subito – come detto - i concetti ecologici di sostenibilità, ma ha anche la possibilità di darsi – proprio nel senso di istituire nuovi cicli di vita – obiettivi progettuali fortemente rifondativi, non appiattiti su formule di modificazione, correzione, rimedio, mitigazione, e di rimettere quindi al centro dell’attenzione la pratica del progetto, per realizzare strategie il più possibile innovative: il che è fondamentale non tanto entro la città consolidata quanto nelle condizioni di periferia, di città diffusa, di rapporto col paesaggio.
Come ha scritto Pippo Ciorra nell’introduzione alla sua mostra al Maxxi, si tratta allora di “ri-costruire invece di costruire: costruire sopra intorno dentro addosso, con i materiali di scarto; abitare la rovina invece di costruire; rinaturalizzare piuttosto che riurbanizzare”… “ tenendo assieme memoria e innovazione radicale”.
Il tema è evidentemente tutt’altro che nuovo, ha anzi una storia antichissima, come in quello stesso catalogo ha spiegato Alberto Ferlenga, ma quel che noi pensiamo o speriamo (ripeto) è che porre al centro dell’attenzione l’idea di “istituire nuovi cicli di vita” per i materiali della città e del territorio possa aiutare a superare sia le debolezze dei concetti e delle pratiche correnti del recupero o della “modificazione” degli assetti e dei tessuti urbani o paesistici, sia le logiche puramente difensive della “tutela” o della “protezione” di quanto ha conservato maggiore integrità nel corso dei processi di trasformazione, sia i tecnicismi di interventi d’urgenza e di pura “chirurgia” – accettando quindi un dialogo franco con le logiche dello sviluppo e della crescita economica, ma partendo da una ferma volontà di affermare i valori di “cultura intrinseca” connessi ai concetti di architettura, città, paesaggio, e i valori di sostenibilità ambientale che appaiono ormai irrinunciabili e prioritari in ogni azione progettuale e trasformativa.
E’ qui allora che il concetto di riciclo applicato ai temi dell’architettura, della città e del paesaggio, può passare da puro termine tecnico a parola-chiave per cercare rinnovate strategie e rinnovati strumenti (progettuali) per la rigenerazione cui aspiriamo, considerando anche gli stessi lacerti “inerti” delle geografie territoriali preesistenti coinvolte in processi di abbandono, di emarginazione e di rifiuto (quelli che la storica Antonella Tarpino ha giustamente chiamato “spaesati” – cfr. A.Tarpino, Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro, Einaudi 2012),
ovvero i territori fragili, le venature dei fiumi e delle reti idrografiche, le tracce lasciate in eredità dai cicli della storia (un riciclo più metaforico, se si vuole, ma altrettanto strategico).
Questo per chiarire che tendiamo a trovare strumenti per innescare processi di rigenerazione (nuovi cicli di vita), sia dentro la materia stessa dell’architettura urbana (operando dentro, sopra, sotto e con ciò che preesiste) sia dentro la materia e i vuoti dello sprawl territoriale (dai capannoni più o meno abbandonati all’edilizia sparsa della città diffusa), sia dentro le tracce più immateriali dei paesaggi dell’abbandono o della memoria, sia infine dentro la materia più originariamente fondante le geografie territoriali ovvero il “paesaggio come infrastruttura”.
In ogni caso, l’adozione del termine “riciclo” nell’intervento sull’esistente - rispetto a termini come recupero o riuso - sposta di fatto il centro dell’attenzione dal predominio dei valori dell’esistente (assunto invece come materia in qualche modo inerte, che ha concluso o sta per concludere il suo ciclo di vita) ai valori di nuovi principi progettuali capaci di manipolare l’esistente in funzione dell’istituzione di nuovi cicli di vita: un processo, quindi, in cui l’esistente è assunto di fatto come materiale utile per un progetto completamente rinnovato – per questo parlo di principi rifondativi.
In tal senso il nostro ragionamento è certamente più vicino alla tradizione della pratica del progetto di architettura dentro l’esistente di maestri dell’architettura italiana come Carlo Scarpa o di architetti contemporanei che si innestano su questa stessa linea (in Emilia penso per esempio a Guido Canali…) o per altro verso ad esperienze della cosiddetta “architettura parassita”, come l’ha definita nel suo fortunato studio Sara Marini.
E nell’ambito del progetto urbano è più vicino a progetti di re-invenzione (penso per es. al lavoro di Snozzi nel Ticino o a certe sperimentazioni proposte da Tschumi , da Steven Holl o da Herzog e de Meuron, o a quelle del Landscape Urbanism americano) ; piuttosto che alla tradizione d’intervento del recupero di ripristino, completamento o ampliamento in continuità con i tessuti esistenti su cui proprio l’Emilia e Romagna è stata a lungo il punto di riferimento principale.
Il riciclo dei materiali in architettura
Un primo capitolo della ricerca riguarda quindi tutte quelle esperienze che utilizzano gli scarti, le macerie, o i materiali riciclabili come materia stessa per la costruzione di nuovi prodotti architettonici, tendendo ad eliminare o ridurre al minimo lo spreco delle risorse. Esperienze che attivano procedure di assemblaggio o montaggio, le quali prevedono lo spostamento e la ricomposizione di materia per definire nuove configurazioni, sia attraverso la rottamazione e la nuova ricomposizione sia attraverso l’up-cycle ossia la rigenerazione completa di oggetti e spazi senza una previa distruzione.
Esperienze di frontiera in questo campo si sono ormai largamente imposte all’attenzione dell’opinione pubblica:
- per esempio il geniale lavoro fondato prevalentemente sull’uso di materiali di riciclo inusuali nel campo della costruzione edilizia (soprattutto il cartone) di un architetto come il giapponese Shigeru Ban, ben noto al pubblico emiliano (è di soli due anni fa una sua conferenza proprio qui a Ferrara e la partecipazione alle iniziative della Fiera di Bologna);
- forse un po’ meno nota in Italia l’eccezionale esperienza didattica e sociale a sfondo etico di un gruppo di architetti e docenti dell’Alabama denominato Rural Studio, fondata sui principi dell’autocostruzione attraverso materiali di riciclo;
- anche un architetto di primo piano come Zumthor ha affrontato temi di riciclo molto espliciti
- ormai largamente acclamata la produzione di una giovane star dell’architettura sudamericana quale è Alejandro Aravena, con i suoi esperimenti di edilizia abitativa a favore dei diseredati, ma del quale è interessante qui ricordare l’esperienza patagonica della casa Combeau, costruita con le pietre e col legno direttamente ricavato dal disboscamento e dallo scavo del sito medesimo su cui è sorta,
- o quella dell’africano Diebedo Francis Keré, diventato famoso con la realizzazione di scuole nel Burkina Faso in cui ricicla il materiale “terra cruda” per sostituire il laterizio nella costruzione e il materiale “pietra”
- o ancora l’esperimento del giovane gruppo olandese 2012 Architecten, autori di una casa costruita interamente con materiali di recupero quali profilati di acciaio provenienti dai macchinari dismessi di una vicina fabbrica tessile o le assi di legno provenienti dallo smontaggio di grandi bobine di avvolgimento dei cavi o scarti di vetro e di polistirolo provenienti da altre fabbriche della zona o ancora cartelloni pubblicitari usati nel rivestimento degli spazi interni.
In tutti questi casi, l’esperienza dell’architettura si fonda su un approccio etico dichiarato (attenzione al sociale, alla produzione low cost, all’autocostruzione etc) e su un uso programmatico di materiali riciclati (dai containers a materiali di scarto delle lavorazioni industriali).
Un’esperienza singolare e molto interessante, saltata all’onore della cronaca pochi mesi fa con l’attribuzione della medaglia d’oro della Triennale di Milano, è quella dell’architetto siciliano Giuseppina Grasso Cannizzo: mi riferisco soprattutto alla sua casa Parisi-Sortino, analizzata attentamente e riproposta nella mostra sul Recycle del Maxxi da Sara Marini.
“La committenza – spiega la Cannizzo – rifiutando la ipotesi di demolire integralmente la brutta casa esistente che avevano comperato, si dimostra disponibile invece a un intervento che riorganizzi gli spazi interni ed esterni, coinvolgendo eventualmente anche i prospetti. L’ operazione viene verificata sul modello dell’edificio: è la simulazione di un processo di riduzione attraverso la demolizione progressiva della forma pre-esistente. Dalla simulazione del processo viene suggerita la soluzione: tutti i ritagli, (aggetti, pensiline, falde inclinate), casualmente accumulati su un lato, vengono spostati sotto il fronte principale. L’obiettivo di portare il giardino in casa è raggiunto: con i cumuli di macerie si guadagna la continuità di quota tra il primo piano e l’esterno: sulle macerie si impianta il nuovo giardino. L’inserimento del programma funzionale determina il posizionamento e le dimensioni delle nuove bucature, la definizione del piano quotato del giardino, il posizionamento dei muri di contenimento delle macerie, gli interventi strutturali per l’adeguamento alle norme antisismiche.”
Estratto da: “Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, BY10”, Casa Editrice Libria, 2006
Il riciclo nei tessuti urbani
Ma il riciclo cui pensiamo – e qui vengo più vicino al tema della rigenerazione urbana che è sullo sfondo dei nostri dialoghi odierni – è anche e soprattutto un riciclo degli spazi e dei tessuti urbani, attraverso un’opera di infiltrazione nel costruito che possa essere rigeneratrice, nel senso di mettere a frutto le energie incorporate negli stessi processi di costruzione delle città e delle periferie urbane in particolare o addirittura della cosiddetta città diffusa.
Si tratta in questo caso di una procedura cosiddetta di iperciclo, capace di attivare più cicli di vita contemporanei e di sfruttare così le energie incorporate nell’esistente e di esaltarne il metabolismo in un maggiore equilibrio fra ambiente e sviluppo sociale.
Un’interpretazione del riciclo dagli accenti fortemente “sensitivi” e quasi “antropologici” – potremmo dire – che può aiutare a comprendere come questo tema possa trovare declinazione anche in una ricerca squisitamente progettuale, di spirito integrativo e reinterpretativo, più che manipolatorio, è quella di un architetto come l’anglo-africano David Adjaye (non è certamente casuale che stia citando una serie di autori che provengono in larga parte dalla dimensione terzomondista).
Le architetture abitative di Adjaye sono vere e proprie, illuminanti, “infiltrazioni” nel tessuto multistratificato e spesso anche degradato delle città, misurate sulla personalità di chi lo abita e a sua volta lo infiltra. Non utilizzano più di tanto i materiali trovati, piuttosto rigenerano il contesto materiale in cui si inseriscono, “riabitando le rovine” (uno dei saggi di Allison si intitola proprio così Living in Ruins), istituendo con esso relazioni spaziali e percettive: in questo senso, “riciclano, riconfigurano e ricostruiscono”.
E’ qui che si può intravvedere nella sua procedura progettuale – più project che design, ovvero più processo di riconfigurazione che soluzione oggettuale – l’idea di istituire un “nuovo ciclo di vita” per le cose e gli spazi, così come per chi concretamente quegli spazi e quelle cose vorrà abitare.
Questi progetti travalicano l’idea di un’architettura prodotta per montaggio o collage di materiali trovati, per cercare un’anima nuova per gli spazi abitativi generati dai nuovi interventi e per gli stessi spazi di relazione che essi generano.
Mi permetto ora, accogliendo l’invito di Piero Orlandi, di mostrare, ad esemplificazione metodologica – con l’ovvia differenza di valore che si lega ad un’esperienza a sfondo didattico - alcune prime sperimentazioni in tema di riciclo urbano avviate di recente nei miei laboratori Iuav e applicate ad aree produttive parzialmente dismesse.
Sia nel caso dell’area in dismissione della grande fabbrica Mira Lanza a Mira, con un gruppo di studenti che sta lavorando alla sua tesi di laurea, sia nel caso dell’area della latteria sociale di Soligo, nei colli trevigiani, proposta come tema del nostro Laboratorio integrato di progettazione del paesaggio, abbiamo voluto sperimentare differenti principi di reinsediamento per la trasformazione e il nuovo utilizzo della parte delle fabbriche oggi in disuso, in stretta riconsiderazione con i caratteri geografici e urbani dei siti e del paesaggio.
Il progetto di riciclo riposa in entrambi i casi sull’innesco di principi insediativi completamente nuovi, che siano in grado però di reintegrare, manipolandoli, i resti fisici o in alcuni casi le semplici tracce d’impianto del sedime edilizio delle fabbriche preesistenti.
Il progetto non parte tuttavia dal concetto primario di recupero/riuso dell’esistente, ma da un generale ripensamento dei principi insediativi stessi, che si fonda su una rinnovata volontà di integrazione con i caratteri salienti del paesaggio (il fiume adiacente, nel caso di Soligo la linea delle colline sullo sfondo, la tessitura dei superstiti appezzamenti agricoli, nel caso di Mira il rapporto con le geometrie dei tracciati infrastrutturali adiacenti (canali e strade) e l’integrazione con le maglie e i tessuti del centro abitato…); caratteri assunti quali elementi primari (originari) dell’identità del luogo, sia in senso fisico sia in senso percettivo.
Nel caso di Mira, si è dato luogo ad un esercizio astratto di valore metodologico che ha voluto indagare le capacità di reazione della generale morfologia dei luoghi e delle singole preesistenze edilizie a seguito dell’introduzione di differenti principi generali di riorganizzazione (rifondazione) dell’intera area.
I modelli insediativi “testati” (alla scala territoriale e poi alla scala architettonico-urbana) vanno dalla rinaturalizzazione dell’area alla densificazione totale, passando per l’applicazione di regole ordinatrici a telaio, o di volumi neutri e virtuali, o di piastre a più livelli (applicando modelli di riferimento desunti dal lavoro di grandi architetti contemporanei – da Eisenman a Ito e Sejima a Koolhaas, a Martha Schartz e via dicendo).
Si è cercato di verificare soprattutto come reagivano all’imposizione del modello astratto alcuni aspetti ritenuti salienti del luogo: innanzitutto la ricomposizione o riconfigurazione del fronte e dello skyline lungo la Riviera del Brenta, poi quella del fronte sull’asse parallelo del canale Serriola, l’affogamento o meno dei grandi volumi recuperati della fabbrica in un possibile tessuto connettivo più unitario e denso dell’intera area, l’eventuale formazione di landmark di valore identitario a scala territoriale, la riformulazione del sistema di nuovi spazi pubblici o semipubblici aggreganti il nuovo tessuto, la possibile azione di ri-naturalizzazione (vegetale) di almeno parte dell’area, ecc
Allo stesso modo, nel caso di Soligo, gli studenti sono stati invitati a sondare ipotesi trasformative anche molto diverse fra loro, da un massimo di ri-naturalizzazione (assumendo il paesaggio vegetale come conduttore del gioco) ad un massimo di estensione e densificazione delle maglie geometriche astratte con cui si è insediata la zona industriale più recente, passando per livelli intermedi di ibridazione dei due modelli-limite, che considerassero un possibile parziale riutilizzo delle strutture edilizie esistenti assieme alla riapertura di un più intenso rapporto con gli elementi geografici fondanti (il fiume in particolare).
Ne sono scaturiti progetti di vario tipo, i più interessanti dei quali sono probabilmente quelli che intervengono con un sistema di interventi puntuali “parassiti” di contaminazione e rigenerazione dell’esistente o quelli che assumono l’esistente non tanto in quanto volume costruito quanto come sistema modulare di setti murari e pilastri su cui impiantare un organismo totalmente rinnovato.
Il riciclo nel paesaggio
Ma il tema del riciclo può applicarsi, in forme più generali e “strategiche”, anche a temi di rigenerazione a larga scala della città e del paesaggio, e perfino delle infrastrutture territoriali, avvicinandosi alla procedura che esalta la ciclicità del passaggio da un ciclo all’altro (cradle to cradle), eliminando al massimo lo scarto, fondandosi soprattutto sulle risorse ambientali persistenti e sulla loro rimessa in uso “sociale”.
Prendo ad esempio un caso su cui ho avuto modo di operare in prima persona una decina di anni fa nell’ambito di una consulenza urbanistica per il Comune di Trento.
Si trattava di ripensare – all’interno degli studi preliminari del nuovo PRG comunale – l’intera fascia urbana in via di progressiva dismissione lungo l’asta del fiume Adige, con la previsione di una serie di interventi a carattere prevalentemente collettivo che si prevedeva potessero interessare le aree industriali e militari in via di dismissione entro quella vasta lingua di terra.
L’ipotesi principale su cui si è lavorato in questo caso è stato di riciclare o meglio ripensare nel ruolo di protagonista il fiume stesso, da lungo tempo emarginato ed escluso dai destini della città, e a partire da questo rifondare la nuova parte di città non più sulla base di principi insediativi da città compatta e densa ma piuttosto come città-paesaggio, ossia su un insediamento insediativo frammentato che trovasse però una forte coesione attraverso il tessuto connettivo dei caratteri paesaggistici ricomposti, in forma di segmentato lungo parco fluviale.
All’interno di tale operazione, che implicava anche un chiaro ripensamento della rete infrastrutturale di sostegno, poteva allora avviarsi l’opera di autentica ricostruzione urbana, che è in parte effettivamente avvenuta con la trasformazione dell’area ex-Michelin da parte di Renzo Piano, con la costruzione del nuovo MUSE, con la imminente costruzione della nuova Biblioteca Universitaria di Mario Botta a conclusione dell’asse di via Verdi, con la trasformazione in corso dell’area delle caserme a favore del nuovo Ospedale provinciale, con la futura opera di riciclo prevista per l’area dell’ex-Italcementi in riva destra, fino al sorprendente riuscito riciclo delle gallerie dell’ex strada tangenziale su progetto di Elisabetta Terragni.